note di regia
Marta Bulgherini
La storia di Alfonsa Rosa Maria Morini, conosciuta ai più con il suo cognome da sposata, Alfonsina Strada, mi ha commossa dal primo momento in cui l’ho scoperta. Quella bambina venuta da una situazione di miseria assoluta, agli albori del secolo scorso, con una vita che già sembrava destinata a un futuro di dolore, fame e fatica, che invece scopre la bicicletta a dieci anni e riesce a capire che quello sarà il suo lasciapassare per una vita diversa. La sua storia mi ha dato enorme forza e stimolo e continua ad ispirarmi, giorno dopo giorno. E le sono grata.
Quando ho deciso di scrivere uno spettacolo su di lei, avevo poche idee in testa ma forti emozioni. Ho iniziato immergendomi in una narrazione tradizionale, biografica, ripercorrendo quello che mi aveva legato a lei. Ho narrato i suoi primi passi cercando di immedesimarmi meglio che potessi nel tentativo -difficile- di non travisarne il pensiero. Dico difficile, perché Alfonsa non ha lasciato nulla di scritto, e se non si lascia una traccia scritta, la tentazione a modellare un’esperienza di vita ad un significato è molto forte.
Ma più mi addentravo nello studio su di lei, e più mi mettevo paura: non è che delineando questo tipo di narrazione mi stavo completamente asservendo a ciò che in questo momento storico viene reputato “cool” “giusto”? Omaggiare, santificare una donna che è stata un’apripista nello sport femminile: non è forse il genere di storia che più vende in questi anni?
Questo ordine di pensieri mi hanno impaurita a tal punto da farmi propendere, per un periodo, a lasciar perdere il lavoro su di lei. Ma poi mi sono detta: forse è possibile raccontare la storia di una donna che mi ha ispirato senza renderla un’icona, e inserendo la sua esperienza di vita all’interno di un ragionamento più complesso su cosa significhi per noi contemporanei rapportarci a vite considerate mitiche. E mi son detta “proviamo, tanto cosa hai da perdere?”.
Lo spettacolo mi si è trasformato tra le mani, prendendo una forma ibrida che ben rappresenta il mio dualismo sia come essere umano che autrice. Sul risultato non garantisco, ma sono felice di essere rimasta fedele al turbinio di pensieri che mi affollavano la mente, che tradiscono il mainstream a favore di un’analisi più autoironica e dissacrante.
È tutto confuso ancora? Venite a teatro, lo sarete ancora di più.
Ma alla fine, non è proprio il teatro il luogo delle domande irrisolvibili?