note di regia

Marta Bulgherini

Luce rossa in sala, fumo acre nelle narici degli spettatori, prime note di Così parlò Zarathustra… sta per cominciare uno spettacolo impegnato. L’attrice si muove verso il pubblico, guardando gli spettatori dritti negli occhi: sono qui, pronta, per voi. E sulle note più alte del brano… 

Marta si ferma, fa dietro-front, e chiede al tecnico di staccare subito il pezzo. Silenzio. La realtà è che non ce la fa, troppo alte le aspettative: le persone le dicono sempre che le cose importanti della vita… di uno spettacolo pardon, sono l’inizio e la fine, e lei non si sente abbastanza. C’è qualcosa che le impedisce di fare lo spettacolo con leggerezza, un senso diffuso di malessere a cui non riesce a dare un nome preciso. E allora l’autrice/attrice decide il tutto per tutto: deve capire che cosa è che non la fa vivere bene, anche a costo di non fare lo spettacolo tanto sognato; solo a quel punto, solo quando avrà capito cosa sono le pietre che la appesantiscono, potrà godersi il palco… e la vita.

C’HO LA SCOLIOSI nasce da queste premesse, dall’urgenza -umana prima, drammaturgica poi- di trovare una quadra. E in una lotta continua contro se stessa (la coscienza della protagonista sarà personaggio dello spettacolo sotto forma di voice over) l’autrice di risposte ne trova: è colpa degli standard della società, e poi delle perdite, dei lutti, degli abbandoni… e poi, soprattutto, della morte, vecchia bagascia sempre pronta a portarci via tutto quello che abbiamo costruito. Eureka!

L’autrice ha vinto la sua battaglia, è riuscita a risolvere il rebus: Ora è finalmente pronta a godersi lo spettacolo, no?

Silenzio. Si rende conto di star peggio di prima, tragedia. Nel momento in cui tutto sembra perduto, in cui Marta sta per tirare i remi in barca, arriverà in suo aiuto un’ospite d’eccezione: Dio, una trentenne strafica. Con una strigliata divina, l’onnipotente le farà capire che è inutile cercare una quadra, è un tentativo fallace sin dal principio. L’unica via possibile è lasciare andare, ballare e godersi la vita per quello che è, creandosi un piccolo universo a propria immagine e somiglianza. 

Che ci sia, ancora, possibilità di salvezza?

C’HO LA SCOLIOSI è, alla fine, uno spettacolo di puro jazz (che sia di buona qualità, ovviamente, lo direte voi…): tale è il livello di disturbo, di improvvisazione, di sintesi di registri ritmi colori e salti nel vuoto che l’opera è diventata un essere sincopato, in cui il singhiozzo non finisce mai proprio perché quello è lo stato d’animo dell’autrice. Procede, si ferma, tentenna, fa un passo avanti e poi si gira a guardare la strada fatta. È pesante, lo sa. Ma tale è l’aderenza tra le intenzioni in scrittura e la resa sul palco che Marta (drammaturga, regista, interprete al tempo stesso) rischia consapevolmente di mandare all’aria lo spettacolo, perché prima di “the show must go on” sa nel profondo che ci sono questioni più urgenti da risolvere.

E allora il palco, come per magia, diventa lo spazio franco per un rito pagano collettivo in cui autrice e pubblico possono interrogarsi sulle stesse domande e le stesse paure protetti dal buio della sala. E confrontandosi su quegli stessi interrogativi possono (forse, se tutto va bene!) rendersi conto che non si è soli: tutti siamo impauriti, confusi, arrabbiati, speranzosi. Tutti ci sentiamo non all’altezza in questo mondo che ci vuole così performanti e sicuri e spavaldi.  Ma allora, se siamo tutti sulla stessa barca, chissene frega di quello che viene considerato giusto: non esiste un giusto in assoluto, anche se continuano a ripeterci che sia così… esiste il giusto per noi, esseri individuali immersi in un oceano di atomi. La realtà alla fine è che tutti abbiamo la schiena storta, e va bene così. E che la vera rivoluzione a questo sistema non sta nel farla sembrare quanto più possibile dritta, ma trovare e indossare (costi quel che costi, con tutto il tempo che ci vorrà) l’abito che valorizzi al meglio le nostre storture.

E vaffan…. BIIIIIIIIIP!

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